Il McGiver della fotografia di matrimonio

Ryan Brenizer (si pronuncia qualcosa tipo “Brenaiser”) è davvero un personaggio.

C’è da dire che se sei di New York, quanto a “gente particolare” parti già avvantaggiato. Se poi sei, come lui, un giovane fotografo che ha deciso di specializzarsi in matrimoni e ha come preciso obiettivo quello di battere la concorrenza nella città più importante del mondo, allora non ci vuole molto a capire che una vena di follia la devi avere per forza.

O di genio.

L’appuntamento era per il giorno prima dell’inizio del workshop, alle 10 del mattino presso “il suo studio”, devo dire che l’incontro con lui è stato indimenticabile.

L’ho seguito su internet per almeno un paio d’anni, e questo aveva contribuito a farmelo idealizzare un pochino, forse. Mi aspettavo di essere accolto chessò.. da una segretaria stragnocca, o da un assistente ossequioso in uno studio grande e luminosissimo. E che lui fosse un tipo formale, un po’ artistoide.. distante e impegnatissimo.

Di queste cose solo una si è rivelata vera: che è impegnatissimo. Tutto il resto scordatevelo.

È stato quanto mai strano vederlo comparire al di là della porta in cima ad una scala stretta e ammuffita di un condominio sulla ottantacinquesima strada est di Manhattan, con i calzini, senza scarpe e una tazza di caffè in mano.

Mi ha biascicato qualcosa che solo dal tono di voce ho capito essere qualcosa di gentile. Perché delle parole non ho capito quasi nulla.

Sì perché a New York le parole non le parlano, le “mitragliano”. Sono raffiche che arrivano una volta sola, e devi coglierle. E se le hai perse è un problema tuo. Anche se ti devono dire che ore sono, te lo dicono con uno slang da film poliziesco tipo Eddie Murphy.

Morale: tasso di comprensione mio del 50%, a dire tanto.

Nonostante ciò, l’esperienza è stata entusiasmante.

Il suo studio altro non è che un bilocale con un divano, un armadio sfasciato, un angolo cottura e un bagnetto che non ce la fa più. Però è un posto intimo, caldo e accogliente. La parte importante è il maxischermo collegato a un computer che quando non è in uso fa scorrere a ripetizione le sue foto, queste davvero straordinarie.

Poi il workshop vero e proprio si è tenuto in tutt’altro posto, uno studio molto grande, luminosissimo, in pieno centro di Manhattan, insomma questo qui http://www.2stopsbrighter.com/Artist.asp?ArtistID=19733&Akey=5L235PWC.  Una figata.

In due giorni ho avuto modo di conoscere Ryan un minimo, e qui di seguito butto giù alcune delle impressioni che ho colto, invece per il resoconto del workshop, aspetti tecnici compresi, vi rimando al suo blog http://www.ryanbrenizer.com/blog/2010/02/the-breakdown-feb-6-how-to-shoot-like-macgyver-workshop/, oppure se volete chiedetegli l’amicizia su Facebook, vi risponderà.

Ryan, come tutti i grandi, ha una enorme passione per quello che fa. D’altra parte, se hai come obiettivo di diventare il migliore nel tuo campo, nella città dove forse ci sono i migliori del mondo, allora è molto meglio se il tuo campo è qualcosa che ti piace, e anche molto, visto che di pratica dovrai farne parecchia.

Come tutti i grandi, non gliene frega assolutamente nulla dell’attrezzatura, della marca, di avere l’ultimo modello uscito di quel particolare oggetto.

O meglio, gliene frega, ma solo perché l’attrezzatura non è il fine, ma il mezzo per fare quello che vuole fare, cioè la fotografia.

E quindi lui dice che usa Nikon non perché è fissato per Nikon, ma semplicemente perche oggi Nikon gli offre le macchine per lui più adatte al tipo di lavoro che fa.

Se domani la Canon, o la Olimpus… o la Nestlè… o Dolce e Gabbana cominceranno a fare macchine fotografiche e queste macchine fotografiche gli piaceranno di più, allora credo che abbandonerà Nikon. Punto. Che problema c’è?

Stessa cosa per i computer, i software, gli obiettivi. Sono solo oggetti, strumenti, mezzi per realizzare delle idee. E le idee vengono dalla testa e dal cuore, non certo dagli strumenti che usi.

Del suo lavoro gli piace dire che è un po’ come essere il McGiver della fotografia.

Ve lo ricordate McGiver? Quello che per uscire da situazioni difficili era capace di costruire una bomba a mano con una penna a sfera e una forcina per capelli? Ecco, il fotografo di matrimoni è un po’ così, a differenza per esempio di quello da studio, che assomiglia più a uno scienziato di laboratorio.

E infatti per tutto il workshop le dimostrazioni di creatività sono state tante, tutte per ottenere risultati straordinari con quello che si ha a disposizione, poche cose,  e spesso di uso comune.

Del workshop di Ryan Brenizer mi rimangono tante scene impresse nella mente, provo a ricordare le prime che mi vengono..

La prima è quella di lui che, per spiegare un concetto per il quale gli servono entrambe le mani, appoggia per terra (farei meglio a dire “lancia”, ma farei venire un infarto ai nikonisti più puri..) la sua D3S. Per capirci, 5.000 euro di macchina… sempre per il discorso che dell’attrezzatura gliene frega poco..

La seconda è la velocità e la semplicità con la quale ha allestito un mini set di luci con 3 flash raccattati da alcuni di noi partecipanti, oppure usando una luce da telecamera, il tutto in piena 29ma strada, davanti alla serranda abbassata di un negozio, con 5 gradi sotto zero, facendone uscire una foto niente male.

La terza, non appartiene a Ryan, ma rappresenta al meglio il mio impatto con quell’eccitante manicomio di nome New York.

È quella di un partecipante al corso, newyorkese doc, anzi di Brooklyn (n.d.r.: credo di aver capito che Brooklyn sta a New York come Trastevere sta a Roma..).

Una delle persone che parla l’americano più stretto e più veloce cha abbia mai sentito.

Una sera, mentre fa un discorso alla velocità della luce, interviene una ragazza messicana, che timidamente gli chiede di parlare più lentamente perché non ha capito quello che ha detto.

E lui, sempre alla velocità della luce:

“We are in New York City, I don’t speek slower, YOU LISTEN FASTER!”

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